La Locandiera: intervista al regista Stefano Sabelli

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Debutta il 7 novembre al Teatro Menotti lo spettacolo “La Locandiera” con regia di Stefano Sabelli e Silvia Gallerano nel ruolo di protagonista.

In questa versione de “La Locandiera”, la regia di Stefano Sabelli ambienta l’azione sul Delta del Po, negli anni ‘50, in un’atmosfera acquitrinosa ispirata a capolavori del Cinema neorealista come Riso Amaro di De Sanctis e Ossessione di Visconti, come pure a commedie come Ieri Oggi e Domani di De Sica. Una terra umida ed esotica dove vizi e giochi dei protagonisti sembrano stagnare in attesa che un’improvvisa corrente smuova acque e anime melmose.

Abbiamo intervistato il regista, Stefano Sabelli.

Stefano, a te l’onore e l’onere di curare la regia de “La Locandiera” in scena la Teatro Menotti. Una locandiera un po’ diversa da quella di Goldoni, a partire dall’epoca in cui è ambientata: gli anni ’50. Perché questa scelta?

Il dopo guerra e l’inizio degli anni ’50, oltre a rappresentare la fine di un incubo per l’umanità e l’inizio di nuove speranze, ha rappresentato per la società italiana un passaggio cruciale e la consapevolezza di un nuovo ruolo sociale, soprattutto per le donne che nel ’48, per la prima volta nel nostro paese, ottengono, con il suffragio universale, il diritto al voto.

Un’epoca dunque di nuove speranze e attese, come quella descritta da Goldoni, con il passaggio dei poteri, dalla nobiltà – ormai consunta nei valori e nelle prospettive – alla nuova classe borghese e imprenditoriale che, da metà ‘700 in poi, nel secolo dei lumi, assume un ruolo sempre più presente nella società europea. Un ruolo che poi con la Rivoluzione francese e la carta dei diritti dell’uomo, segnerà, in modo inequivocabile, il passaggio alla modernità e alla civiltà contemporanea.

Non so se Goldoni davvero scriva la prima Commedia femminista di sempre – perché in fondo il suo giudizio morale sul comportamento di Mirandolina non è dei più lusinghieri, come per altro si evince nel prologo che scrisse alla sua stessa opera. Certo, crea per la prima volta, in teatro, una figura protagonista femminile, popolare e non nobile, colta in un passaggio di civiltà: una donna “nuova” capace di determinare il suo futuro e la propria fortuna, che si scopre consapevole delle proprie doti, non solo seduttive ma anche sociali e ha capacità di autodeterminarsi, persino in senso imprenditoriale.

Gli anni ’50 del neorealismo, delle mondine di Riso Amaro o di Ossessione di Visconti, come pure delle commedie tipo Ieri oggi e domani di De Sica e dell’avanspettacolo, filmano un passaggio simile e che anche Goldoni aveva rappresentato a metà ‘700: il ruolo di una donna descritto, sì, nella sua capacità seduttiva ma anche e soprattutto nella capacità di determinare e farsi interprete del proprio destino mentre assume un nuovo ruolo sociale: cosa che crea smarrimento e disillusione negli uomini.

Non è ancora un femminismo militante ma il suo prodromo spensierato e malizioso. Un’aria nuova, uno spirito allegro, che si respira nella società italiana dell’epoca, che sceglieva lo swing di Glenn Miller e le canzoni di Rabbagliati o del Trio Lescano (molto presenti anche nello spettacolo) come sua nuova colonna sonora, musiche che sottolineano con brio e leggerezza quel passaggio d’epoca nel dopoguerra, così come le arie del Don Giovanni Di Così fan tutte di Mozart, sottolinearono un’epoca libertina e meno bigotta nel ‘700.

Nel nostro caso, poi, non abbiamo aggiornato o riscritto alcuna battuta di Goldoni (tranne pochi riferimenti alle monete d’epoca), davvero perfette nella loro essenzialità di scena – tanto da aver determinato il successo nei secoli dell’opera –  eppure il ruolo e la modernità di Mirandolina, che indossa stivali da mondina e vestiti a pois, anziché crinoline, non cambia.

Come non cambia il ruolo della sua locanda trasferita, dalla Firenze di fine settecento al Delta del Po, su una palafitta trabucco. Una locanda che abbiamo reso girevole e che irretisce e sospende il tempo dei suoi avventori, fra illusioni e disillusioni, fra sensi sopiti e nuovi afrori, come può esserlo un Galeone fantasma avvolto dalle nebbie o un luogo di frontiera che pendola fra il precipizio e una nuova era.

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Protagonista nel ruolo della locandiera è Silvia Gallerano: come avete deciso di caratterizzare il suo personaggio? Che tipo di valori porterà con sé condividendoli con il pubblico?
Silvia Gallerano è una attrice straordinaria. Io l’avevo vista e ammirata più volte ne La Merda, che ho orgogliosamente ospitato pure a Ferrazzano al Teatro del LOTO, che ho fondato e dirigo, e mi sono innamorato del suo talento.
Silvia, pur nella sua minutezza, ha l’impeto interpretativo e la luce accesa negli occhi di attrici straordinariamente capaci di coniugare classicità e modernità, fragilità, sensualità e ironia popolare. Attrici come Rina Morelli (che Visconti ha reso come la prima vera Mirandolina popolare e contemporanea) o di superba e ironica intelligenza e postura come Franca Valeri.
Il suo sguardo libero e profondo e la sua voce “vera”, in scena, seducono eccome, senza dover ricorrere a una fisicità prorompente e da pin-up. 
Silvia dopo La Merda – che continua in ogni caso a rappresentare con successo in tutto il Mondo e con cui a febbraio sarà anche nuovamente a Milano – aveva voglia di confrontarsi con un classico e di dividere il palcoscenico con altri compagni di lavoro.
Io le ho detto che avrebbe potuto essere una Mirandolina popolare e moderna e davanti a un paesaggio adriatico invernale, reso diafano e vaporoso da una luce di controra, mentre raggiungevamo da Vasto Campobasso, per un trasferimento de La Merda, ho avuto la suggestione del Delta del Po e della nebbia padana, capace di ovattare e proteggere seduzioni e ambizioni. 
Col pensiero sono subito andato alla Mangano di Riso Amaro. Gliel’ho subito detto e così, insieme alla bravura e alla asciuttezza di Claudio Botosso e degli altri eccellenti talenti molisani che da anni lavorano con me nella compagnia del Teatro del LOTO (Giorgio Careccia, Chiarra Cavalieri, Diego Florio, Eva Sabelli, Giulio Maroncelli e, buon ultimo arrivato, Gianantonio Martinoni) si è composto il puzzle e il gruppo di lavoro di questo spettacolo. 
Uno spettacolo che, pur se prodotto da una piccola realtà centromeridionale come la nostra, per ricchezza di allestimento, organico e durata, non credo si presenti come mero intrattenimento ma come una produzione ambiziosa e complessa, più immaginabile forse in uno Stabile pubblico, che non in una realtà che si autoproduce come il Teatro del LOTO, Ferrazzano, Molise, che comunque reputo oggi un luogo eletto: dove si fa Teatro, perché si vuole fare Teatro. E non altro!
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Quali sono state le difficoltà e quali le soddisfazioni nel mettere in scena “La Locandiera”?
Quelle appena elencate: un impegno produttivamente gravoso e oneroso, bilanciato però dalla piacevolezza di lavorare con un gruppo di talenti eccellenti che hanno sposato e sostenuto, con il loro lavoro, un progetto ambizioso. Classico e innovativo a un tempo. Un progetto che voleva anche dimostrare che, almeno artisticamente parlando, il Molise – oggi più conosciuto come “la regione che non esiste” – può essere un luogo invece dove si può progettare e fare esistere, con qualche sorpresa e necessità, Teatro d’Arte a 360 °. Perché credo che il LOTO, pur se immaginato e realizzato in una realtà apparentemente periferica, sia oggi un Teatro capace di progettare e interpretare il Mondo e i suoi spettacoli, declinando il mondo, a prescindere se sono tratti da classici o da nuovi autori, sono sempre più capaci d’imporsi su ogni palcoscenico.
Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Innanzitutto vedere LA LOCANDIERA proseguire il suo Tour in tutt’Italia con successo (dopo aver debuttato lo scorso anno ad Asti Teatro, lo spettacolo quest’anno è già stato rappresentato con successo a Napoli, in una bella realtà come il NEST, mentre, dopo le repliche al Menotti a Milano, in questa stagione, sarà anche a Roma al Vascello e a Firenze al Rifredi, oltre che in diverse altre piazze).
Poi mi piacerebbe che il ruolo del Teatro del LOTO, da molti artisti e operatori considerato “il più bel piccolo Teatro d’Italia”, riconosciuto come uno dei luoghi produttivi e ricettivi più vitali dell’innovazione teatrale nel Centro Sud, (basta vedere le foto del Teatro e le programmazioni che abbiamo ospitato in questi anni per capire come può essere importante la nostra realtà) fosse meglio sostenuto dalle nostre amministrazioni territoriali, oltre che, come oggi per fortuna è dal MIBACT.  
Poi sto per andare in scena, come attore questa volta, insieme con Gian Marco Saurino, in un nuovo spettacolo che Davide Sacco, giovane autore e regista napoletano ha tratto dal Moby Dick di Melville.
 
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Ma forse il vero sogno nel cassetto è legato a un altro mio spettacolo, L’AUTODAFÉ DEL CAMMINANTE, realizzato sulla vicenda giudiziaria e umana di Arturo Giovannitti, sindacalista e poeta, d’origina molisana che nel 1912 fu fra i maggiori promotori del Bread and Roses Strike. 
Prodotto al LOTO, nel 2012 è stato invitato, con grande successo, per 10 date negli Stati uniti, in occasione delle celebrazioni del Centenario di quello che ancora oggi è considerato lo sciopero più importante d’America. L’AUTODAFÉ meriterebbe maggiore diffusione in Italia e in Europa, perché racconta una storia bellissima e cruciale della vita di Giovannitti, figura caduta un po’ in oblio in Italia, ma centrale e determinante invece per la Cultura delle Migrazioni. 
Il suo Processo, che precedette di 10 anni quello a Sacco e Vanzetti, che ricorda per sviluppo, rappresenta il primo dei grandi processi americani del XX secolo e nella Storia americana, Giovannitti fu il primo immigrato ad esercitare in un aula di tribunale il diritto all’Autodifesa. 
Quella che lui pronunciò davanti alla Corte di Salem (in perfetto inglese, peraltro), fu così convincente da salvargli la vita e rappresenta una delle orazioni civili e sociali più illuminanti e creative della Storia del primo ‘900. Tanto straordinaria, che Fiorello La Guardia disse che mai sarebbe potuto diventare Sindaco di New York, se non ci fosse stato Arturo Giovannitti a ridare dignità e orgoglio alla migrazione italiana in America. 
Considerato, da un’intellettuale di grande riferimento come Ellen Keller – meglio conosciuta come Anna dei Miracoli – il nuovo Whitman.
Questa storia e questo spettacolo che ha anche un impianto scenico particolare che ingloba il pubblico, credo meriterebbero grande diffusione in Italia e in Europa (lo proponiamo anche in inglese) e Giovannitti andrebbe assolutamente riscoperto, perché il suo pensiero sociale e politico, oltre che la sua poetica, potrebbe essere ancora di forte riferimento per interpretare la nuova Europa multirazziale.
Il tour proseguirà:
18 novembre – Fontanetto Po (VC) – Teatro Auditorium Viotti
19 e 20 novembre – Bra (CN) – Teatro Politeama Boglione
6 dicembre – Gradisca d’Isonzo (GO) – Teatro Comunale
17 dicembre – Soverato (CZ) – Teatro del Grillo
dal 19 al 23 dicembre – Roma – Teatro Vascello
dal 27 dicembre al 1 gennaio – Ferazzano (CB) – Teatro del Loto
4 e 5 marzo – Viterbo – Teatro Caffeina
dal 6 al 10 marzo – Firenze – Teatro Rifredi
Daniele Tarenzi

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Per lavoro mi occupo di comunicazione. Per passione mi occupo di comunicazione. Amo le persone sveglie, appassionate e "che friggono"!
Mi laureo in Lettere (perché Dante è sempre Dante!), ma faccio il Digital Communications Manager.
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