Intervista a Beppe Casales: in teatro ci vuole coraggio

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Foto di Valeria Tomasulo

Beppe Casales è un attore e un autore prezioso nel panorama teatrale: la grande minuziosità nella scrittura e la sua solitaria potenza in scena rendono i suoi spettacoli veri, credibili, affascinanti e, talvolta, durissimi.

“La spremuta – Rosarno, migranti, ‘ndrangheta”, suo spettacolo del 2011 vincitore del premio nazionale “Linutile del teatro 2013”, ha superato le 120 repliche, numero quasi inimmaginabile nel panorama indipendente italiano.

Nel 2015, Beppe è semifinalista al Roma Fringe Festival grazie allo spettacolo “L’albero storto” con la regia di Mirko Artuso.

Al momento è al lavoro su un progetto completamente nuovo, una fiaba, o meglio una “Superfiaba,” che ha debuttato il 6 novembre 2015 al Teatro del Pane di Treviso.

Ho scambiato con lui alcune parole sul suo lavoro cercando di portare alla luce la sua profonda professionalità e la maestria che solo un autore mosso da grande urgenza creativa può avere.

Buongiorno Beppe, ci conosciamo già da un po’ di tempo e tu calchi le scene da quasi un paio di decenni. Alcuni dei tuoi spettacoli hanno avuto un numero di repliche assolutamente impareggiabile nel circuito off italiano, ma nonostante le produzioni di grande valore e le collaborazioni significative con altri esponenti del teatro italiano, i grandi cartelloni nazionali non ti hanno ancora richiesto di presentare il tuo lavoro al grande pubblico. Vuoi parlarci un po’ di te, della tua storia personale e professionale?

Il fatto che io faccia questo lavoro da quasi vent’anni, che abbia lavorato con artisti riconosciuti, che le persone all’interno e all’esterno di questo ambito mi riconoscano un merito, non importa molto. Il mercato e, molto più importante, la cultura teatrale, in questo paese, sono quasi inesistenti. Comunque il mio lavoro nasce da una piccola compagnia professionale di Padova, Abracalam, e continua nel mio percorso di scrittura e narrazione fino ai giorni nostri, a Genova. Nel mio percorso ho incontrato molti colleghi con cui ho lavorato e sono cresciuto sia come persona che come attore. Il lavoro su palco e le persone che ho incontrato sono la mia formazione e il mio scopo.

Qual è la forza che ti spinge a lavorare nel teatro, la tua necessità?

Mi piace ascoltare le storie, mi piace raccontare storie. All’inizio mi piaceva raccontare storie di rabbia, perché la mia rabbia potesse essere quella degli altri. Poi la mia vita e il mio mestiere mi hanno portato da un’altra parte. Ha iniziato a piacermi raccontare storie di esseri umani, a prescindere dalla loro rabbia o dalla loro quiete, dalla loro ribellione o dal loro conformismo. La mia necessità, ora, è raccontare gli esseri umani per come sono per me: inevitabili, imprevedibili, commoventi.

Ci sono state delle figure che hanno contribuito a formare il tuo gusto e la tua proposta artistica?

Ci sono stati tre artisti che hanno modificato il mio modo di vedere il mondo, ma soprattutto il mio mestiere. Il primo è stato Marco Paolini, con cui non ho mai lavorato. Ho visto il suo “Vajont” e mi sono innamorato di quel modo di raccontare le storie. Con gli altri due ho lavorato: con Toni Servillo nello spettacolo “Il lavoro rende liberi”, e con Paolo Rossi in un laboratorio di improvvisazione. Entrambi maestri, a modo loro e nel loro mondo. Da loro ho imparato il rispetto, la precisione e la libertà di questo lavoro.

Tieni spesso corsi di formazione sul teatro di narrazione. Qual è il tuo approccio all’insegnamento? Cosa vorresti restasse ai tuoi allievi una volta salutati?

Non mi ritengo un insegnante. Cerco di fare laboratori su cose su cui sto lavorando anche io, in modo che ci sia uno scambio: io prendo qualcosa da chi partecipa ai laboratori e loro danno qualcosa a me. Cerco quindi dei punti di connessione tra la mia curiosità e quella di chi partecipa ai laboratori. E, di fatto, tutto quello che mi importa e che mi fa andare avanti e che mi eccita quando conosco le persone è questa parola: curiosità. Più c’è, più è esercitata, più è presente, meglio è. Basta.

Parlaci dei tuoi nuovi spettacoli: “L’Albero Storto” e “Superfiaba”. Del primo mi piacerebbe sapere com’è stato l’incontro con un coro di così tanti elementi e la loro integrazione in un progetto di narrazione.

Con “L’albero storto” ho voluto fare due esperimenti. Il primo riguarda la scrittura del testo. Ho provato a discostarmi dalla narrazione vera e propria, quella che conoscevo. Ho scritto un testo dove dialogano continuamente quattro voci, quelle dei tre protagonisti della storia, tre diversi personaggi, e la quarta voce del narratore che li tiene insieme. Per sostenere dal punto di vista recitativo questo grosso lavoro ho avuto bisogno della regia di Mirko Artuso che mi ha guidato nella gestione del guaio in cui io stesso mi sono voluto mettere. L’altro esperimento è pensare di fare uno spettacolo non più da solo ma con un musicista che suona dal vivo, Isaac de Martin, e un coro di una trentina di elementi, il Coro Valcavasia, che dialoga con la storia attraverso il canto. La scommessa credo che l’abbiamo vinta. Almeno per come lo spettacolo viene accolto dal pubblico.

SUPERFIABA è il mio nuovo spettacolo. Mi sono volutamente discostato dalla nostra realtà contingente per raccontare una storia fuori dal tempo. Ho studiato le fiabe e me ne sono inventata una nuova. Ho voluto raccontare una fiaba per adulti perché il mondo della fiaba è meraviglioso: c’è tutta la vita, dai giovani ai vecchi, c’è il sangue, c’è la violenza e l’amore, ci sono le difficoltà ma anche gli strumenti per affrontarle. Ci siamo noi uomini nelle fiabe, tutti, per come siamo. Miseri e bellissimi. Questo ho voluto raccontare. Di nuovo Isaac de Martin, il musicista con cui lavoro ne “L’albero storto”, sta scrivendo le musiche originali. Sto anche lavorando sulla possibilità che il mondo dell’illustrazione entri nella SUPERFIABA. Ma non dico ancora niente perché, ripeto, ci sto lavorando.

Cosa c’è nel tuo futuro?

Nel futuro c’è, spero, il successo della SUPERFIABA, e la volontà di mettere in scena una mia commedia. È un futuro incerto, come può esserlo quello di chi fa il mio mestiere in questo paese, ma per fortuna ogni volta che mi guardo indietro ci sono i miei lavori, di cui sono molto orgoglioso, che mi fanno andare avanti. E quello che vedo negli occhi del pubblico quando ho finito di raccontargli una storia. Quello è il motivo per cui amo il mio lavoro.

Di cosa avrebbe bisogno secondo te il teatro e l’arte performativa oggi?

Di più coraggio. Sia da parte degli artisti che da parte del pubblico. In realtà penso che tutti gli aspetti della nostra società siano piccoli pezzi di uno specchio che ci riflette. Anche il teatro. E allo specchio c’è un’umanità che merita più coraggio. Dove per coraggio intendo il cercare di essere più aderenti possibile al nostro intimo. Più onesti nei confronti di noi stessi.

Ci sono degli artisti che ammiri e che consiglieresti di seguire?

Ce ne sono tanti. Quello che penso è che ognuno debba andare a cercarli. Nei teatri, o comunque dove qualcuno inizia a parlare o suonare o danzare. Buona ricerca.

 

I prossimi spettacoli di Beppe Casales:

22 gennaio SALUD @ Monza

27 febbraio L’ALBERO STORTO – una storia di trincea @ Valdobbiadene (Treviso) – Scolastica

6 marzo SUPERFIABA @ Blancateatro (Carrara)

12-13 marzo L’ALBERO STORTO – una storia di trincea @ Schegge – Torino

5-8 aprile STERILI di Maria Teresa Berardelli – regia di Camilla Brison @ Teatro dell’Orologio – Roma

10 aprile SUPERFIABA @ Fornace – Rho (Milano)

Per saperne di più del suo lavoro : www.beppecasales.com

Anna Novello

Anna Novello

Respiro arte per vivere, scrivo per mantenere memoria, comunico per condividere. Credo negli incontri e nel contagio delle buone idee.
bellezzaecultura@gmail.com
Anna Novello

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