The Greatest Showman: la psicorecensione

Post By RelatedRelated Post

chestorie.com

Milano, cinema Centrale. Penso, sembra di stare nella cabina di un aereo. Pronti al decollo? E quando inizia il film, siamo davvero in volo. A quasi un anno dall’uscita in sala di La La Land, il musical cinematografico che ci ha rapito il cuore, siamo andati al cinema a vedere The Greatest Showman dell’esordiente australiano Michael Gracey.

La trama racconta la storia di P.T. Barnum, figlio di un povero sarto, che cerca il suo riscatto sociale. Innamorato da quando era piccolo dell’aristocratica Charity (Michelle Williams) in una New York di metà Ottocento. Non solo riesce a sposarla, ma cerca la propria strada, inventandosi lo showbusiness e chiamando a sé quelli che spesso nella nostra società vengono appellati, in modo dispregiativo, ‘fenomeni da baraccone’.

Più la società li relega ai margini, più, invece, al Barnum Circus brillano e fanno impazzire la folla. Cosa va in scena? Il talento della ‘stranezza’.

Se siete mai stati al circo, la luce dei riflettori ti scalda, ma basta un attimo di distrazione e mentre stai volando sul trapezio, puoi rischiare di cadere. Ed è quello che succede a Barnum: il suo desiderio di riscatto lo porta a voler vincere a tutti i costi; il pubblico snob è sicuramente più appetibile della classe media e l’incontro con l’artista Jenny Lind (Rebecca Ferguson), mediato dall’apprendista socio Philip Carlayle (Zak Efron), sembra essere il vero punto di svolta per i sogni del direttore del circo. Ma non è tutto oro ciò che luccica e, anzi, alla fine sembra tutto perso.

Mi sono chiesto cosa abbia perso Barnum: l’umanità. Ma è poi sempre il fermarsi e guardare ciò che davvero conta, che lo salva e salva tutti.

chestorie.com

E mentre scorre il film, canzoni e coreografie coinvolgono con ritmo la sala e scatenano anche forti emozioni. Si avvertono la disperazione, il rifiuto, la paura, l’amore. Certo la storia sa molto di un Cenerentolo dei giorni nostri, di quel self-made-man che oggi rappresenta il must del successo. Merito a Hugh Jackman di aver portato in scena un protagonista nel quale immedesimarsi profondamente. Chi non vorrebbe migliorare il proprio status sociale? Ma ogni scelta ha delle conseguenze. L’arte è proprio quella di imparare a guardare in prospettiva: di capire che ci sono delle cose che contano davvero, le persone e le relazioni. Perché in fondo, nel film si parla di questo. Quante volte sembra che l’oggetto desiderato abbia il potere di cambiarci la vita, dando per scontato che chi ci circonda dà il valore aggiunto a ciò che viviamo.

Il Circo delle Stranezze è un luogo di rifugiati, di chi si sente diverso perché, in effetti, varia rispetto alla media. È un posto dove trovare il proprio spazio, valorizzando se stessi, cioè mettendo a frutto i propri talenti. E mi fermo a vedere come tanto il pubblico quanto i performer condividano la stessa emozione: la paura. Di cosa? Della diversità, del giudizio, dell’effetto che fa. Da una parte il non sentirsi abbastanza, dall’altro il sentirsi normali. E c’è spazio di riflessione, lo dimostra il critico teatrale che stronca lo spettacolo, ma poi apprezza Barnum.

Il film ci presenta il lieto fine, in pompa magna, e viene da commentare che nella vita non accade. Dipende da cosa intendiamo. A ben guardare, nessuno nel film ottiene ciò che sperava all’inizio. Anzi. Eppure, ognuno trova il proprio equilibrio.

chestorie.com

Io a quel riflettore puntato lego il palcoscenico della vita. Ora penserete, le solite cose da psicologo. Forse, ma forse no. Il palco bisogna saperselo conquistare, altrimenti sei fuori, esattamente come capita nella quotidianità. Tutto dipende da come si lavora su se stessi. Il circo propone l’idea del lavoro necessario allo show ed è per questo che mi ha tanto colpito. Spesso sento dire ‘tanto non serve a nulla’, ma questo non lo sappiamo fino a che non l’abbiamo sperimentato.

E poi quella frase che mi ha subito agganciato: L’arte più nobile è quella di rendere felici gli altri. Ecco l’idea alla base del progetto editoriale di Barnum. Perché rendere felice qualcun altro non è facile. Bisogna conoscere chi ci sta di fronte. Bisogna impegnarsi a fare e magari a sbagliare. Bisogna provare e riprovare. Poi però il risultato è davvero forte.

Colori accesi e una storia romanzata che, però, possono aiutare a re-interpretare i vissuti che sperimentiamo. Certo non una biografia pulita e perfetta.

Io mi sono lasciato travolgere dal film e non perché ami necessariamente i buoni sentimenti, ma perché mi ha dato l’opportunità di pensare e di sentire la voglia di muovermi sulla poltrona. Da vedere!

Emanuele Tomasini

Emanuele Tomasini

Vivere è comunicare e comunicare è mettere in relazione. Amo osservare come le persone si mettono in ascolto di se stesse e in contatto con il mondo per creare il proprio spazio. Sono uno psicologo. Appassionato di musica e matematica, scrivo e leggo alla ricerca di connessioni e legami.
Emanuele Tomasini

Emanuele Tomasini

Vivere è comunicare e comunicare è mettere in relazione. Amo osservare come le persone si mettono in ascolto di se stesse e in contatto con il mondo per creare il proprio spazio. Sono uno psicologo. Appassionato di musica e matematica, scrivo e leggo alla ricerca di connessioni e legami.